Una mostra a Candido Fior è una mostra alla poesia: difficile
da ordinare e ancor più da capire, perché costituita di finezze
che possono sfuggire oppure vengono colte da chi si pone sulla stessa lunghezza
d'onda dell'artista, il quale suggerisce idee e produce sensazioni attraverso
la materia plasmata con prodigiosa abilità dalle sue demiurgiche
mani.
L'arte di Fior, come la poesia, non è spettacolare, non si impone
con sbalorditive trovate, è fatta di rivelazioni sommesse e di fremiti
leggeri che trovano nel segno discreto, ma preciso, la parola per esprimere
un mondo semplice, ma autentico, pieno di risonanze segrete, e perciò
poetico.
Scoprire la poesia delle cose in una società distratta e rumorosa
come la nostra è compito davvero arduo perché si è
affievolito il dialogo con la natura che a stento ci concede il beneficio
di qualche consolante apparizione. Riconoscere la poesia dell'arte
nel gesto misurato di un artista come Fior è impresa non meno improba
perché richiede un'intelligenza affinata dal sentimento e un controllo
filtrato dall'emozione. Eppure chi non voglia abbandonarsi al mito
delle "magnifiche sorti e progressive" ma difendersi da un futuro pieno
di insidie e condizionamenti, non può sottrarsi a una conquista
che è di ordine morale oltre che intellettuale. Ecco perché,
preoccupati dei destino della poesia e dei suoi intrepidi cultori, rendiamo
omaggio, con atto di responsabilità e gratitudine, a un artista
che, noto soprattutto per la sua attività di ceramista, si è
dedicato nel corso della vita a una molteplicità di creazioni che
vanno dalla scultura alla pittura, dal disegno all’incisione, dall'ideazione
alla costruzione di oggetti spesso inutili, concepiti per abitare lo spazio,
per restare sospesi nell'aria. Oggetti che non si possono classificare
secondo canoni convenzionali in quanto espressione di una creatività
che non sopporta limiti.
Nel caso di Fior non è sbagliato parlare di poesia delle piccole
cose, anche nell'accezione pascoliana, per via della propensione dell'artista
all'ascolto, accompagnata dall'attitudine a uno sperimentalismo linguistico
che non si esercita nell'astrattezza dei mezzo, indifferente al flusso
dell'ispirazione, ma procede in stretto rapporto con i fenomeni naturali
che predispongono talvolta alla scelta dello stesso artificio espressivo.
Insomma è la tensione dell'esistenza individuale e lo spirito della
vita universale a conferire all'opera di Fior il carattere di assoluta
verità. Spetta all’occhio disincantato dell'osservatore cogliere
poi quel particolari dell'immagine che la fantasia dell'autore suggerisce
di volta in volta alla sua mano esperta. 1 miracoli di legge-re77a e trasparenza,
di armonia e bellezza che Fior riesce a compiere sono ottenuti con materiali
poveri, spesso di accatto, combinati tra loro in modi diversi ma appropriati.
Il valore estetico della sua opera dipende dalla felicità dell'intuizione
e dalla sapienza dei fare.
La preferenza accordata al pezzo unico ci impedisce di considerare
l'autore un ceramista tout court, nel senso corrente dei termine, e ci
porta in direzione opposta a quella di una produzione in serie che esclude
possibilità di varianti, aggiunte e sottrazioni. Il problema
di Fior è questo: creare un'opera che si disponga nel tempo e nello
spazio secondo equilibri che rispecchino i ritmi mutevoli della natura
e i ritmi biologici dei soggetto. Ecco perché all'opera monumentale
e definita egli preferisce quella minuta che si lascia completare dal pensiero
dei riguardante. In Fior si realizza, ad alto livello creativo, quello
che Licisco Magagnato aveva constatato trent'anni fa, e cioè il
diverso rapporto tra il settore dell'artigianato più avanzato e
la cultura artistica contemporanea: «La creatività, spesso
di carattere scopertamente sperimentale nel campo dei vetro, della ceramica,
della tessitura, dell'oreficeria, ha trasferito in questi ultimi tre lustri
- la riflessione di Magagnato risale al 1982 - nel settore artigiano esperienze
ritenute fino ad allora proprie dell'attività della cosiddetta l'arte
pura", della pittura e della scultura, soprattutto a loro volta in crisi
nei' processi creativi ed espressivi.
Così l'artigianato ha fornito nuove tecniche all'inventiva dell'artista,
anzi i' limiti dei due campi di lavoro si sono venuti sfumando se non annullando:
un arricchimento dei materiali e dei processi inventivi, tra i due settori
convenzionali distinti, si è venuto manifestando in ogni campo».
Ma la svolta che Fior, con naturale intuito, ha fatto propria aveva un punto in più rispetto a quella operata da altri suoi colleghi: l'adozione di un minimalismo espressivo che, messa in crisi la ridondanza delle forme tradizionali, ha frenato l'invadenza dei mezzo meccanico, Il quale, senza escludere il bagaglio di esperienza e fantasia dei lavoro artigiano, favorisce l'immissione nel canali commerciali di oggetti destinati ad essere richiesti soprattutto per il loro prestigio. Lo sperimentalismo artistico praticato da Fior era, invece, in linea con le tendenze artistiche più all'avanguardia tra la fine degli anni Sessanta e l'inizio degli anni Settanta. Egli si è lasciato alle spalle sia la lusinga edonistica della materia trattata alla maniera informale, già al tramonto, sia l'impiego di moduli geometrici profilati con la macchina, anche se assemblati con ingegnosa perizia. L’innovazione da lui seguita non si limitava al metodi di lavoro e alle attrezzature, ma investiva il concetto stesso di arte e la destinazione dei prodotto. Egli accoglieva l'idea secondo cui l'artista agisce nella precarietà delle situazioni, protagonista di un fare che si trasforma in continuazione, non innalza monumenti perenni. E lo stesso oggetto trovato e portato in altro ambito ad acquistare valenza artistica, e ciò non per una sorta di sublimazione o di dissacrazione dello stesso, secondo principi neodadaistici, bensì per un recupero di significati profondi legati alla civiltà contadina in via di estinzione. Operazione non meramente empirica, la sua, né intellettualisticamente concettuale, dal momento che non va alla ricerca dei meccanismi messi in moto dall'atto percettivo più che alla realizzazione effettuale degli stessi. L'oggetto, su cui rimane traccia di una sedimentazione naturale, non viene sottratto al senso dei tatto, al gusto della manipolazione. L'opera rimane al centro della creatività, non cede alla strumentaII77azione ai fini di un'indagine mentale privilegiata. «Candido Fior - rilevava Paola Marini - conserva il piacere di plasmare la terra, il gesto affettivo della mano che modella. Nella morbida chiusura della forma (anche i bordi delle lastre non sono t4glienti), nella polita levigate77a delle superfici, nel loro organico rigonfiarsi, nell'intervento coprente e saturante dei colore, i suoi Il paesaggi" sembrano chiudersi in un sommesso impercettibile dialogo con se stessi, attenti a cogliere anche
i minimi trasalimenti, brevi respiri, percorsi sotterranei con un'attenzione
sempre stupita e incantata di fronte ai fatti della vita animale e vegetale
e sempre dolentemente disposta ad accogliere la dimensione dei gioco.
In un silenzio attraversato da voci profonde essi generano un senso di
grande sospensione magica da cui sembrano a volte nascere».
Che il gioco e la fiaba siano una dimensione dei lavoro creativo di
Fior è evidente - e questo lo innalza nel territori di più
fresca poesia -, ma la verità di tanti oggetti Inutili si riconosce
anche nel confronto con la cultura artistica. Per restare nel campo della
ceramica, penso alle composizioni in cui la vita quotidiana ha riscontri
di grande immediatezza e sfocia a volte nella caricatura e nel grottesco.
Ma in certi interni di case, nei presepi, nelle maternità, nelle
dormienti, nel bambini, negli animali vi sono ricordi che, dovuti a folgoranti
improvvisazioni, ci richiamano ora il sereno classicismo di Donatello e
dei Della Robbia, ora l'antiretorico novecentismo di Arturo Martini, ora
la primitiva espressività degli Etruschi. Che dire dei magico incanto
di antiche civiltà o di Venezia stessa mutuato dalle aurorali atmosfere
da "primo mattino dei mondo" di tanti capolavori di Belloni e Carpaccio
oppure delle metafisiche visioni in "aure senza tempo" riprese da Piero
della Francesca Natura e cultura fanno tutt'uno, colori e luci assorbono
e creano situazioni diverse, dei cosmo e dell'uomo. Se in certe lastre
d'argilla domina l'azzurro chiaro dei cieli veneti, in alcune coppe di
smalto e rame il blu intenso pervaso di chiusi bagliori' rinvia a preziosità
mitteleuropee. Quando la materia grezza, plasmata con le dita, ci consegna
teatrini e presepi, è impossibile non pensare perfino ai bozzetti
di Canova oltre che di Lucio Fontana. Se la forma stilizzata si impone
con astratta musicalità viene spontaneo richiamare Osvaldo Licini
e Fausto Melotti a espressioni avveniristiche, affidate a equilibri più
instabili e destinate a una funzione più effimera, è da collegare
l'uso di materiali più poveri e perfino sintetici - il nylon, per
esempio -, i quali alludono alle metamorfosi dei paesaggio urbano popolato
di relitti che sono ormai dell'industria e dei consumo più che della
natura e dei caso. Ciò per dare un senso, sul piano artistico,
a scorie abbandonate come rifiuti da chi ne ha ricavato, prima, motivo
di profitto. E poiché anche il gioco, il passatempo vengono
rimossi dalle nostre automatiche abitudini, ecco Fior escogitare marchingegni
che ci consentono almeno di fantasticare. Se le sue cassette - novelli
teatrini dell'immaginario - catturano l'attenzione sull'onda di impreviste
armonie, gli oggetti che abitano lo spazio, messi in moto dall'uomo o dall'aria,
ci sollevano in un mondo in cui ancora è possibile sognare.