Cittadella Palazzo Pretorio dal 8 Novembre al 6 Dicembre

 
Il presente ciclo di sculture, più di ogni altro precedente, ci dà la misura di come Bruny Sartori, che sempre ha privilegiato la ceramica per esprimersi, utilizzi questo particolare linguaggio per manifestare un'autentìca tempra di artista, estrosa e imprevedibile, creativa in sommo grado, diversa da quella di consumanti maestri che in tale disciplina si rivelano solo tecnicamente inarrivabili.  Se si pensa che la ceramica è anche un'arte nostra, vicentina, la quale, praticata attraverso i secoli, ha rinverdito le sue fortune in epoca recente, meglio si capisce, nel confronto con altre singolari personalità, il senso del lavoro compiuto da Sartori fuori da schemi e formule che persistono pur nella modernità dell'assunto, nella varietà delle proposte.  Ad ogni modo non sì tratta, qui, di rintracciare semplicemente i caratteri distintivi che rendono peculiari i manufatti di Sartori o i princìpi informatori della sua poetica, ma di comprendere, innanzi tutto, che è l'invenzione a promuovere ogni sua realizzazione visibile e sensibile, alla quale ricondurre segni e forme.  L'oggetto prodotto è l'immagine di un'idea che gli nasce dentro in modo misterioso e prende corpo nella materia in modo inconsueto, mai scontato, perché non è riproduzione di cosa appartenente alla banale esperienza e nemmeno recupero di un fatto letterario o riesumazione dì un reperto archeologico.
Insomma non sono i dati precostituiti, rintracciabili nell'ambiente e nella tradizione, ad accendere la mobile fantasia di Sartori, a stimolarne la vibrante creatività, bensì le sollecitazioni che provengono dal profondo dell'animo suo, relative ad una condizione esistenziale dai contorni sfumati, che non è facile definire ed afferrare, tanto ampio è l'orizzonte del pensiero, l'anelito del sentimento.  Cionondimeno, alla realtà egli pur si rifà, solo che essa si scontra con l'io soggettivo e riaffiora in altre forme, fecondata dagli umori della coscienza, ricomposta alla luce della ragione. il fatto stesso che le opere di Sartori si configurino come un ciclo unitario, parte integrante di un discorso compiuto, è significativo di quanto la sua azione artistica non dipenda dall'episodicità di uno spunto, dall'occasionalità di una situazione,, ma dalla sostanza di un problema, dalla centralità di un questione. Tra la Grande pagina e l'Angelo annunciante vi è una serie di opere concepite come numeri - lo Zero, il Due, il Tre, il Cinque, il Sette - le quali, sospese tra presenza e assenza, tra pieno e vuoto, tra stabilità e precarietà, simboleggiano la condizione non solo dell'autore, ma dell’uomo contemporaneo volto alla ricerca di un'identità e di un equilibrio, in bilico tra poli di segno opposto, anelante a fondersi in ciò che comunemente si divide, a sostenere ruoli che convenzionalmente si tengono separati.
Nella Grande pagina, squadernata in più parti, è già -scritta la storia che si dipana nei singoli episodi i quali altro non sono, figurativamente, che la proiezione antropomorfica di un ideale di perfezione continuamente inseguito e sempre sfuggente, posseduto e goduto solo sul piano creativo.  E' appena il caso di accennare allo Zero sospeso nella cava rotondità della sua forma; all'Uno svettante nel virile turgore, suadente nella screziata rugosità della pelle; al Due ripiegato e pago come una pianta fecondata al Tre chiuso nella compatta sfaccettatura della superficie; al Cinque simile a un vortice ascendente che sprigiona incontenibile forza; al zero- quasi un sacro e magico fiore che si apre e si chiude con voluttuosa ambiguità.
Certi motivi figurali, sviluppati ora in forma di scultura, non sono nuovi in Sartori, li ritroviamo nella grafica e nel disegno, che in passato hanno ricevuto da lui particolare attenzione.  Specie con la tecnica incisoria - assai scaltrita - egli ha fissato immagini - famosa quella della calla - legate ad un filo sottilmente simbolico, pervase di una vena innegabilmente surreale. Ciò che intendo sottolineare nell'opera plastica di Sartori è la connotazione propriamente scultorea, la conquista della tridimensionalità.  Appiattire l'immagine - il piatto è purtroppo il limite di tanti ceramisti - è azione che non si addice a questo artista, il quale ha capito che lo spazio è un termine di confronto troppo importante per sottrarvici, specie se la materia viene plasmata con intenzioni non meramente decorative.
Dare corpo a un'idea nello spazio reale, così che essa viva autonomamente, è cosa diversa che fossilizzarla in una superficie rilevata solo per esibire le incantevoli suggestioni dei materiali impiegati.  Ceramica come scultura, dunque, nel senso pieno della parola, non oggetto che soggiaccia alla logica della riproduzione, che si adatti alla frontalità della visione.  Ben si sa che la terra-refrattario trattata con ingobbio, smalti, metalli, ossidi, scorie e colori vari, a temperature elevate si carica di meravigliosi effetti, ponderati solo in parte nelle reazioni che si verificano, nelle combinazioni che avvengono ad opera del fuoco.  L'opera, nata dall'immaginazione, acquista il fascino che la sapienza tecnica e il domino del mestiere dividono con l'azzardo di un imprevedibile evento.
 
Nell'Angelo annunciante, che sembra una curiosa incarnazione della Nike di Samotracia, si assommano in perfetta sintesi tutti gli aspetti che rendono straordinario questo monumentale ciclo, che ha richiesto all'autore due anni interi di lavoro: l'invenzione della forma suggerita dall'inconscio e modellata con plasticità; la conquista dello spazio in cui essa si assesta dialogando con le altre componenti; la naturalezza che l'idea convertita in termini zoomorfi conferisce all'immagine, la quale, se assume una dimensione umana, non perde l'astrattezza dell'idolo nell'essere simbolo di una condizione vagheggiata.  La figura nella sua definizione artistica si arricchisce nell'involucro che la adorna di raffinatezze estreme per i colori e i lucori che rimandano alle proprietà dei materiali impiegati, a partire dalle terre pregne di feconde sostanze fino agli smalti che riflettono celesti armonie.
Perfino i termini occidente e oriente, nella convergente polarità che presiede a ogni intervento artistico di Sartori, si confrontano in una creazione in cui forma ed evento reciprocamente si esaltano nella smaterializzazione di corpi che non perdono il proprio peso.  Certe preziosità bizantine non cancellano ma sublimano la fisicità del sensibile.

Giuliano Menato